Dalla Terra alla Luna: andata e ritorno

La scoperta di mondi lontani ha sempre affascinato l’uomo. E il sogno di poter volare sulla Luna era molto popolare nella seconda metà del secolo scorso e nei primi decenni del nostro secolo (penso anzitutto al romanzo). Questo sogno divenne realtà nella notte dal 20 al 21 luglio 1969: per la prima volta l’uomo pose il piede sulla Luna, cioè su un altro corpo celeste. Gli Stati Uniti avevano così finalmente vinto una costosissima lotta di prestigio contro l’Unione Sovietica, riscattando i presunti smacchi subiti dai successi della sonda spaziale Sputnik (il 4 ottobre 1957) e del volo di Iuri Gagarin (il 12 aprile 1961).

Un’indicibile euforia invase tutti: dai politici alla comunità scientifica, dai mass media all’opinione pubblica. Tutto sembrava ormai possibile all’uomo! Molti credevano che fosse iniziata una nuova era della storia dell’umanità. A 25 anni di distanza la storia della conquista lunare sembra invece essere soltanto un episodio tra vari altri della storia della tecnica. (A proposito di tecnica: il microprocessore è stato inventato soltanto due anni dopo l’Apollo 11, cioè nel 1971.) E le sognate messi scientifiche dell’avventura non divennero mai realtà: non ci fu alcuna scoperta scientifica fondamentale, non si produsse alcun salto evolutivo dell’umanità.

Nel 1969 – avevo sei anni – seguivo avidamente l’avventura lunare con l’orecchio incollato all’apparecchio radiofonico di famiglia. Due aspetti mi colpirono profondamente: il divario di circa un secondo tra le domande poste dalla base di controllo sulla Terra e le risposte degli astronauti nello spazio, dovuto alla grande distanza, e la profonda solitudine nella quale mi immaginavo il terzo moschettiere, quel Michael Collins che roteava attorno alla Luna a bordo della capsula spaziale, mentre i suoi due compagni passeggiavano sul suolo lunare.

Ma cosa ci resta oggi di questa avventura? Soprattutto due immagini, l’una spettacolare e l’altra essenziale. La spettacolare fotografia dell’astronauta Edwin Aldrin nella zona chiamata Mare Tranquillitatis. Nella visiera del casco vediamo riflessa l’immagine del collega Neil Armstrong che scattò la fotografia e del cosiddetto lem (il modulo usato per allunare). L’essenziale fotografia della Terra che sorge dall’orizzonte lunare: la prima fotografia del piccolo e vulnerabile pianeta blu nell’universo nero. Chi non ha vissuto quei momenti d’euforia collettiva presumibilmente non può capire l’importanza globale che allora sembrava avesse la conquista lunare. La fotografia del pianeta blu nell’universo nero è tuttavia impressa anche nella coscienza ecologica della più giovane generazione. Non è tanto l’impronta umana nella polvere lunare, quanto invece lo sguardo indietro degli astronauti verso la Terra che ha finalmente fatto progredire l’umanità.

Reto Kromer


Questo articolo è stato pubblicato il 21 luglio 1994 sul settimanale Il Grigione Italiano di Poschiavo.


2016–12–11